 Domenica 13 febbraio si inaugura la mostra fotografica di Mauro Paviotti "I nuovi guardiani"
Portare il fardello della conoscenza. Scrutare nel buio, attraverso il moto ciclico del tempo e dello spazio. Osservare le spire del futuro, mentre si dipanano chiare nella mente: attraverso un presente involuto, frutto di secoli di malpotere e di idoli forgiati da deliri mediatici, eretti grazie al sonno della ragione. I sensi allenati a cogliere l’odore della paura, graffiati dall’urlo silenzioso della solitudine, scossi dallo sdegno. Avvolti dalla pietas, l’attenzione compassionevole verso un’umanità ostinata e autolesionista.
Ecco i Nuovi Guardiani di Mauro Paviotti: hanno la grandiosità dolente della tragedia classica e la fragilità incantata di creature aliene. I corpi serrati e le membra contratte attualizzano in brevi flash l’iconografia greca e romana, quasi a creare un sequel dagli esiti inaspettati: l’adagiarsi mai domo del Galata davanti alla morte, l’incedere dell’eroe di fronte alla divinità, si mescolano alla disincantata consapevolezza dei secoli successivi. Finita l’orgogliosa e un po’ ingenua affermazione della propria identità, le pulsioni dell’inconscio vibrano, destabilizzani, reclamando attenzione. Allora i corpi si curvano, le braccia si ritraggono, le bocche si distorcono senza suono, le teste si chinano sotto l’onta del malcostume e dell’umana violenza.
Elmi, reti e armature dalle elaborate e tecnologiche strutture, proteggono il corpo dei Guardiani, ma la loro mente resta esposta alle frecce acuminate dell’altrui sofferenza, permeabile a tutto il dolore del mondo. Una bolla pulsante, da cui difendersi, da cui difenderci. Senza bisogno di trasformarsi in guerrieri, santi o eroi, di quelli è piena la storia, ma opponendo la forza dell’empatia e della ragione.
Gli occhi, “specchio dell’anima” sono coperti, manca l’Altro, complice e consapevole, in cui specchiarsi, con cui poter condividere il basto della pena, al quale svelare, con sussurri e grida d’allerta, ciò che verrà, quello che è inscritto tra le stigmate di un pianeta eroso da qualunquismo e avidità.
Paviotti attraverso la fotografia urla il suo sdegno profetizzando lo sciagurato declino umano, ma da artista e sognatore non si esime dall’immaginare la cura, schierando in campo i suoi carismatici dei ex machina, antidoto all’apatia e alla rassegnazione. Lorella Klun La mostra è curata da Fabio Rinaldi per triestèfotografia Inaugurazione: domenica 13 febbraio 2011 ore 11.00 Dove: Caffè Trieste, piazza Oberdan 1, Ronchi dei Legionari GO Durata: dal 13 febbraio al 22 marzo 2011 Orario: dal martedì alla domenica ore 10.00 - 23.00 - lunedì chiuso Info: Tel: No. +39 0481 777000 |