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La mostra Gli amori di Marco Cavallo, Immagini del Cambiamento 1975/2006, a cura dell'Associazione Acquamarina e della Cooperativa Confini Impresa Sociale è realizzata in ambito de La Fabbrica del Cambiamento, il cantiere multimediale di spettacoli, arti, cultura, scienza e ricerca avviato a Trieste dal Dipartimento di Salute Mentale, Azienda per i Servizi Sanitari n. 1 Triestina con il sostegno della Provincia di Trieste a trent'anni dalla riforma Basaglia. La rassegna fotografica propone immagini di Gian Butturini (Brescia 1935-2006), formatosi all'Accademia di Brera, Gian inizialmente si occupa di grafica ma ben presto l'abbandona per dedicarsi ai reportage fotografici e film su tematiche politiche e sociali, che gli valsero numerosi riconoscimenti.
Dal 1974 al 1976, lavora a Trieste con Franco Basaglia per documentare la chiusura del Manicomio di San Giovanni e realizzerà, tra i suoi quaranta libri pubblicati, "Tu interni . Io libero". Molte sono le mostre personali e collettive, sia in Italia che all'estero, la più importante nel 2005 la mostra internazionale "Il volto della follia-cent'anni di immagini del dolore" di Reggio Emilia. Il suo ultimo lavoro lo vede nuovamente impegnato a Trieste, per documentare i servizi del Dipartimento di Salute Mentale a quasi trent'anni dalla Legge 180. "Gian Butturini era sempre in movimento, curioso, pronto a schierarsi dalla parte dei paria, e di assumere il punto di vista degli esclusi dalla società. Aveva camminato tra una vasta umanità sciagurata e dolente sotto il livello della povertà. Ciò che lo muoveva era la passione per quell'ideologia in cui, tra gli anni '60 e '70, si mischiarono spezzoni di anarchismo e marxismo rivoluzionari, di individualismo romantico e di lotte di liberazione dei popoli, la passione per qualsiasi forma di vita, la passione per le donne, per il cibo e per l'arte. Lontano dal mordi e fuggi di tanto reportage pur significativo iconograficamente ma d'ambiguo cinismo, Gian è stato capace di partecipare al disagio di coloro che fotografava diventando loro amico, nel caso operatore e poi fotografo. Diceva "fotografare e raccontare le ingiustizie è un modo per combatterle". Disordinato, distratto, schietto fino alla scortesia aveva però una gran dote, quella di cogliere in ogni persona incontrata un particolare che a prima vista poteva sembrare insignificante ma che invece caratterizzava il soggetto fotografato e parlava della sua storia sconosciuta. Se poi si considera la fotografia, sia come documento, seppure manipolabile, sia, e al contempo, oggetto artistico, un qualcosa in cui etica ed estetica sono in costante conflitto, Gian non aveva dubbi: l'estetica stava tutta nell'etica, nel calarsi della foto dalla parte dell'umanità. Fino all'ultimo Gian aveva lavorato utilizzando la fotografia tradizionale, consumando chilometri di pellicola, fedele e a difesa del bianco e nero come segno di aderenza alla matrice stessa del linguaggio fotografico nella sua passione di verità cercata anzitutto dentro di sé, in una misura di onestà." Inaugurazione martedì 3 Febbraio 2009 alle ore 17.00 Presso la Biblioteca Statale di Trieste Largo Papa Giovanni XXIII, n. 6 (II° p.) - Trieste Dal 03 febbraio al 28 febbraio 2009 Orari tutti i giorni dalle 8.30 alle 18.30 il sabato dalle 8.30 alle 13.00 chiuso i festivi Ingresso libero Informazioni:
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