 Il Circolo Fotografico Fincantieri Wärtsilä invita all'incontro con CLAUDIO ERNE' e MAURO TABOR intitolato "MEMORIE DI PIETRA" ricostruzione fotografica del Ghetto ebraico di Trieste
Le immagini che presenteremo nella serata che il circolo dedicherà alla nostra ricerca che sta per sfociare nella pubblicazione di un volume dedicato alla distruzione del ghetto, sono state realizzate da un buon numero di fotografi, professionisti e non. Alcune fotografie e lastre sono scampate alla dispersione dell’archivio di Francesco Penco, uno dei più noti “reporter” triestini della prima metà dello scorso secolo contrassegnata dall’attività degli studi Wulz e Pozzar, le due più note dinastie cittadine di produttori di immagini chimico - ottiche. Le fotografie dell’emersione del Teatro romano e della distruzione delle soprastanti abitazioni, sono state invece scattate da Giuseppe Gravazzi, un impiegato comunale che alla fine degli Anni Trenta si “dilettava” con pellicole e obiettivi, dimostrando una rara perizia tecnica e indubbie capacità compositive. Altre fotografie provengono dall’archivio di Adriano Cadel, titolare di uno studio specializzato nella realizzazione di cartoline stampate in modo industriale al bromuro d’argento. Sono state commercializzate in buon numero col marchio ”Fotocelere”, la ditta torinese all’epoca leader del mercato italiano, fondata nel 1910 da Angelo Campassi. “Fotocelere” aveva sede e stabilimento nel capoluogo piemontese, in via Marocchetti 4. Molte immagini subivano - come quelle di Città vecchia, un viraggio seppia e una smaltatura – lucidatura che le rendeva particolarmente contrastate e nitide alla vista. Per distinguerle dalle vecchie cartoline, realizzate in foto collografia, l’editore si era premurato di stampare sul retro, accanto allo spazio riservato al francobollo, la denominazione “vera fotografia”. Adriano Cadel, prima con sua madre Jole Stein e poi con sua moglie Rosa Angelina Mortarino, ha gestito a Trieste un negozio, prima in via “Malcanton 4” e poi in via Giacinto Gallina 1 la cui insegna diceva: “deposito cartoline, vedute fantasia, carte da lettere”. L’attività sarebbe cessata alla fine degli Anni Sessanta quando la crisi di vendite delle cartoline illustrate iniziò a manifestarsi in modo tanto evidente quanto traumatico. Complessivamente lo studio ha realizzato in quasi quarant’anni di attività numerose “campagne” fotografiche che avevano coinvolto oltre a Trieste e ai suoi “dintorni”, anche l’Istria, il Carso sloveno annesso al Regno d’Italia, il Monfalconese, l’Isontino e parte del Friuli. Di un altro autore delle immagini pubblicate in questo libro, è certo il collegamento con la famiglia Avanzo che all’epoca gestiva a Trieste in Corso Italia, allora Corso Vittorio Emanuele, un affermato negozio di ottica e fotografia in cui si vendevano anche apparecchi radio. La prova di questo collegamento si trova sul retro di una delle immagini su cui si legge “addio fanale, non resta che lo zoccolo ed il padre che osserva”. Il padre, un uomo corpulento e con una folta barba, dalla porta del negozio Avanzo, osserva gli operai che rimuovono lo zoccolo del lampione. Possono bastare queste poche parole per attribuire la paternità certa di un ampio servizio fotografico di trecento immagini? Ne dubitiamo, ma di certo rappresenta una traccia significativa, da seguire attentamente. Molto sull’attività dell’autore dicono invece i negativi, salvati dall’oblio grazie a un‘asta pubblica in cui furono messi in vendita da un ignoto collezionista. Tutte le immagini sono inserite in tre piccoli album con le pagine in pergamino; su ognuna il fotografo ha annotato diligentemente con la penna stilografica le date degli ”scatti”. Non sfugge a chi osserva le immagini, la loro puntigliosa progressione che documenta sia la crescita del palazzo delle Assicurazioni Generali di Corso Vittorio Emanuele di cui è autore Marcello Piacentini, sia della Casa alta Opiglia - Cernitz, nell’allora Piazza Malta, oggi Largo Riborgo. L’ha progettata Umberto Nordio. La distruzione del ghetto, la creazione dei nuovi spazi, il “colpo di spugna sul passato” voluto dal regime di Mussolini, sono entrati indirettamente nelle immagini realizzate con buona probabilità dallo studio Avanzo, solo perché il fotografo non poteva escluderle dalla ripresa. Il suo intento era diverso, se non opposto: doveva documentare passo passo la creazione di una “via triumphalis“ su cui si sarebbero affacciati il nuovo Foro, la Casa del fascio, l’antico teatro romano e i palazzi del potere, in primo luogo quello delle Assicurazioni generali. Sulle demolizioni di Città vecchia hanno puntato i loro obiettivi Pietro Opiglia e l’operatore dello Studio Toresella che ha documentato con una fotografia di grande qualità la demolizione dell’edificio di via delle Scuole israelitiche con i Templi 2 e 3. Lo Studio Toresella aveva sede in via Roma 3. “Sviluppo accurato, copie in giornata, lavoratorio ingrandimenti, specialità interni, esterni industriali” si legge sull’annuncio pubblicitario che la ditta aveva fatto pubblicare nel 1934 sul quotidiano triestino ”Il Piccolo”. Pietro Opiglia, nato a Pola nel 1877 e morto a Trieste nel 1948, era invece un dipendente del Comune. Era stato assunto nel 1908 come custode dei Civici musei di Trieste. Tra le sue mansioni anche quella di fotografo. Sono state di recente valorizzate le sue riprese della vecchia pescheria di via della Stazione, oggi Corso Cavour, del Nuovo mercato del pesce, “La basilica in riva la mare “, del Teatro Armonia abbattuto nel 1912 e delle demolizioni di Città vecchia riunite nei primi Anni Ottanta in un prezioso libriccino nato per iniziativa del collezionista Antonio Ciana. Le foto di Opiglia mostrano il progressivo abbattimento delle case di Città vecchia e le profonde ferite aperte dal ”piccone risanatore”. Sono immagini ineccepibili dal punto di vista compositivo e tecnico ma risultano prive di quell’anima che l’autore aveva in altre occasioni evidenziato, puntando l’obiettivo sulla vita delle persone, sul lavoro, sullo stare assieme. Città vecchia che muore è invece fotografata senza partecipazione, o come fosse uno scenario vuoto o quasi. Tra il 1934 e il 1937 furono abbattute a Trieste 181 case, due edifici che avevano ospitato tre sinagoghe, sette magazzini, negozi e stalle, un albergo e dieci case di tolleranza. L’area su cui si accanì il “piccone risanatore” è quella di Città vecchia e Francesco Penco – uno dei fotografi presenti con le loro immagini in questo volume - congela sulle lastre fotografica col suo obiettivo tutti i nuovi spazi che si sono appena aperti nel tessuto urbano. Non è un lavoro impegnativo perché per realizzare le sue immagini è stato sufficiente che Penco si affacci a una delle finestre del suo studio di Corso Italia 12. L’interesse dell’autore sembra attratto prevalentemente dagli aspetti urbanistico – architettonici delle demolizioni e delle successive scenografiche riedificazioni “benedette” dal regime. Non è finora emersa nemmeno una fotografia che mostri qualche fase della deportazione in altri rioni della città posti spesso all’estrema periferia. Mille persone furono sistemate a Valmaura nell’enorme edificio della Domus civica, abbattuto nel 2003; duecento finirono nelle case dell’Icam-Istituto comunale per le abitazioni minime, poco più di cento negli alloggi popolari di Poggi Sant’Anna e di San Giovanni. Sedici famiglie lasciarono Trieste per altri comuni e circa 1800 furono ospitate alla bell’è meglio negli alloggi di fortuna gestiti dal Comune nell’ex fonderia Greenham di via Cologna, in quella che fu la Ferriera Holt di via Gambini; altre furono sventagliate in via dell’Istria, in via Timignano e a Zaule.
Mauro TABOR e Claudio ERNÈ Dove: Circolo Fotografico Fincantieri Wärtsilä Galleria Fenice, 2 - 1° piano - 34125 - TRIESTE Quando: mercoledì24 novembre ore 18.30 Info: sito: cfwtfoto.altervista.org servizio segreteria:
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